L’8 agosto 2026 è morto, all’età di 90 anni, Massimiliano Cencelli, l’uomo il cui nome è diventato, forse suo malgrado, una delle espressioni più longeve del linguaggio politico italiano.
Per molti giovani il suo nome probabilmente dice poco. Per chi ha vissuto la politica italiana della Prima Repubblica, invece, parlare di “Manuale Cencelli” significa richiamare immediatamente un modo di distribuire incarichi e responsabilità sulla base del peso delle diverse componenti politiche.
Una sorta di matematica applicata alla politica.
Il principio, semplificando molto, era abbastanza intuitivo: se un partito o una corrente rappresentava una determinata percentuale di consenso o di peso politico, era giusto – o quantomeno opportuno – che ottenesse una quota proporzionata degli incarichi disponibili.
Naturalmente non tutte le caselle avevano lo stesso valore. Un ministero non valeva quanto un sottosegretariato, una presidenza non equivaleva a una vicepresidenza. E così il “manuale”, più famoso che realmente codificato, divenne il simbolo della ricerca quasi scientifica dell’equilibrio politico.
Altri tempi. Oppure no?
La Prima Repubblica è finita da oltre trent’anni. Sono scomparsi molti dei partiti che ne furono protagonisti, sono cambiate le leggi elettorali, sono cambiate le forme della comunicazione e sono profondamente cambiati i rapporti tra cittadini e politica.
Ma il principio del Manuale Cencelli è scomparso insieme a quel mondo?
La domanda è interessante perché, guardando alla politica contemporanea, qualche dubbio può venire.
Le correnti organizzate di un tempo hanno certamente perso parte della loro importanza, ma continuano ad esistere partiti, coalizioni, sensibilità diverse, territori da rappresentare e, soprattutto, equilibri da rispettare.
Quando si forma un Governo, una Giunta regionale o comunale, quando vengono assegnate deleghe e responsabilità, quanto conta la competenza della persona e quanto, invece, il peso politico di chi la esprime?
Domanda legittima.
E risposta decisamente più difficile.
E a Genova?
Qui consentitemi una piccola provocazione.
Il Manuale Cencelli esiste ancora a Genova?
Non abbiamo naturalmente la risposta e, soprattutto, non intendiamo cercarla indicando nomi, partiti o schieramenti.
Il Consorzio Pro Loco Genova è e vuole rimanere rigorosamente apartitico. Collaboriamo con le istituzioni indipendentemente dal colore politico di chi, in un determinato momento, è chiamato dai cittadini ad amministrarle.
È una scelta precisa.
Le Pro Loco lavorano per il territorio e per le comunità. Le amministrazioni cambiano, i partiti vincono e perdono le elezioni, gli amministratori si succedono. Le Pro Loco restano.
Proprio questa posizione di neutralità ci permette però, ogni tanto, di osservare la politica con curiosità e magari anche con un pizzico di ironia.
Perché sarebbe ingenuo pensare che, anche nella Genova del 2026, gli equilibri politici non abbiano alcun peso.
La questione, semmai, è un’altra.
Voti o competenza?
È probabilmente questa la vera eredità della riflessione che il nome di Cencelli ci lascia.
È giusto che chi rappresenta un consenso maggiore abbia un peso maggiore nelle decisioni e nelle responsabilità. È uno dei principi stessi della democrazia.
Ma fino a che punto?
Il consenso elettorale rappresenta la legittimazione politica, mentre la competenza rappresenta la capacità di trasformare quella legittimazione in buona amministrazione.
Le due cose possono felicemente coincidere.
Ma non è scritto da nessuna parte che accada sempre.
Forse, allora, il problema non è stabilire se il Manuale Cencelli sia ancora utilizzato. Gli equilibri sono parte della politica e probabilmente lo saranno sempre.
La vera domanda è quanto spazio rimane alla competenza dopo che quegli equilibri sono stati rispettati?
Perché distribuire responsabilità tenendo conto della rappresentanza politica può essere comprensibile; distribuirle dimenticando le capacità necessarie per esercitarle sarebbe molto più difficile da giustificare.
Il “Cencelli 2.0”
Se qualcuno volesse riscrivere oggi quel famoso manuale, probabilmente avrebbe bisogno di una formula molto più complicata.
Non basterebbero più le percentuali delle correnti.
Bisognerebbe inserire il consenso elettorale, il peso dei partiti, gli equilibri interni, la rappresentanza dei territori, il rapporto fiduciario con i leader, la capacità di comunicazione e – ci auguriamo – anche una buona dose di competenza.
Vale a Roma.
Vale nelle Regioni.
Vale nei Comuni.
E vale anche a Genova?
Noi, naturalmente, non abbiamo detto nulla.
Abbiamo soltanto posto una domanda.
D’altra parte, il Consorzio Pro Loco Genova è rigorosamente apartitico.
Ma apartitico non significa necessariamente distratto.
Enrico Mendace












