Dialetto: non un passo indietro, ma consapevolezza delle proprie radici

News

Il 17 gennaio è la giornata nazionale del dialetto. Negli ultimi anni capita spesso di sentire il dialetto “screditato” a favore dell’italiano. Lo si associa a una mentalità arretrata, lo si guarda con sufficienza, come se fosse sinonimo di ignoranza o di un passato da dimenticare. Eppure questa visione è non solo ingiusta, ma anche storicamente sbagliata.

Il dialetto non è una deformazione della lingua: è un patrimonio antichissimo, il terreno su cui affondano le nostre radici culturali. Anzi, a voler essere precisi, è l’italiano ad arrivare dopo. La stessa parola “dialetto” deriva dal greco diálektos e nell’antichità indicava semplicemente le diverse varietà linguistiche del greco: dorico, attico, ionico ed eolico, a cui si aggiungeva la koinè, la lingua comune. Tutte queste varietà avevano pari dignità, senza gerarchie o giudizi di valore.

A notare una somiglianza tra la Grecia antica e l’Italia fu l’erudito ellenista Aldo Manuzio nel 1496, che osservò come anche la penisola fosse caratterizzata da una straordinaria ricchezza di parlate. Per lui, i dialetti greci non erano cinque, ma addirittura diciotto: un dato che fa capire quanto il concetto fosse tutt’altro che riduttivo.
È nel Cinquecento che il termine “dialetto” viene applicato alle parlate italiane, ma è anche il momento in cui il suo significato cambia. Nasce allora una distinzione – e presto una contrapposizione – tra “lingua” e “dialetto”, con l’errore di considerare la prima superiore e il secondo inferiore. Il fiorentino, grazie al prestigio letterario delle Tre Corone del Trecento, viene elevato a modello e, col tempo, diventa ciò che oggi chiamiamo italiano. Tutto il resto viene relegato al ruolo di dialetto, spesso con un giudizio di minor valore culturale e artistico.
Ma questa gerarchia è una convenzione, non una verità assoluta. Gli studi storici, filologici e sociolinguistici hanno dimostrato che, come citava Aldo Manuzio, «una lingua è solo un dialetto che, per ragioni storiche, ha avuto fortuna, e il dialetto altro non è che un suo parente ‘meno fortunato’». Il genovese, per esempio, ha alle spalle una storia potentissima: per secoli è stato una vera lingua franca del commercio, parlata e compresa ben oltre i confini della Liguria.

La svalutazione dei dialetti arriva soprattutto dopo l’Unità d’Italia, quando l’esigenza di una lingua comune diventa fondamentale per costruire un’identità nazionale condivisa. Una scelta comprensibile, ma che ha avuto come effetto collaterale l’emarginazione delle lingue locali. Da qui nasce l’equivoco che ancora oggi ci portiamo dietro.

Per fortuna, però, c’è chi lavora ogni giorno per invertire la rotta. In Liguria le realtà attive sono tante, a partire dalle nostre Pro Loco, che hanno un ruolo importante, ma spesso sottovalutato. Lavorano sul territorio in modo concreto e costante per la tutela del dialetto. La Pro Loco di Voltri, per esempio, organizza ogni anno la Giornata del dialetto, trasformandola in un momento di incontro, ascolto e condivisione. La Pro Loco di Cornigliano e quella di Sturla e Vernazzola promuovono invece corsi di lingua genovese, affiancandoli ad altre iniziative culturali che tengono viva la parlata locale.
Proprio all’interno della Pro Loco di Sturla e Vernazzola spicca anche un’esperienza originale e molto interessante: un giovane artista, Andrea Facco, che canta in genovese mescolando la tradizione linguistica ligure con sonorità irlandesi, creando un mix insolito ma sorprendentemente efficace. Un progetto che dimostra come il dialetto non sia affatto qualcosa di statico o nostalgico, ma possa dialogare con altri mondi musicali e parlare anche alle nuove generazioni. Questo lavoro è stato recentemente premiato a livello nazionale con un riconoscimento istituito da UNPLI, dedicato proprio alla salvaguardia del patrimonio linguistico.
In generale, tutte le Pro Loco contribuiscono, chi più chi meno, a questo obiettivo comune: custodire e trasmettere la lingua del territorio. Un lavoro spesso silenzioso, portato avanti da volontari, ma fondamentale per evitare che il dialetto resti solo una voce nei libri o nei ricordi.

Ma i protagonisti non finiscono qui: la Consulta Ligure, con Presidente Giorgio Oddone, riunisce oltre sessanta associazioni in Liguria, e tra le tante attività sta svolgendo un lavoro davvero prezioso: raccoglie e documenta le parlate liguri attraverso Wikipedia in ligure e si sta occupando della digitalizzazione del patrimonio letterario genovese e ligure. Un impegno enorme, portato avanti con passione e competenza.
Accanto a lei c’è A Compagna, presieduta da Franco Bampi, che da anni difende e valorizza le tradizioni genovesi: dal Confeugo ai libri in lingua, dai corsi di genovese alla diffusione della grafîa ofiçiâ, completa di dizionari e grammatiche. E poi O Conseggio, con Presidente Jean Maillard, dove anche molti giovani si dedicano alla lingua e alla cultura genovese, scrivendo poesie, testi e strumenti di studio. Non è poco, soprattutto in un’epoca in cui tutto corre veloce.

Il dialetto vive anche nella musica e nei linguaggi contemporanei: i Trilli, Franca Lai, Mike FC e altri artisti riescono a portare il genovese a un pubblico più ampio, con un approccio moderno, spesso ironico, capace di attirare e incuriosire. Ridere, cantare, condividere video: anche così una lingua resta viva.

Inoltre, a dimostrazione del fatto che il dialetto non appartiene solo al passato, arriva una novità che ha del clamoroso: dal 14 gennaio 2026 è possibile trovare nelle edicole i fumetti di Topolino in lingua genovese. Un segnale fortissimo, simbolico e concreto allo stesso tempo. Le storie sono scritte da Vito Stabile e disegnate da Francesco D’Ippolito, e rappresentano un passo importante nella normalizzazione e nella diffusione del genovese in contesti ludici e quotidiani.

Vi sono anche portali web che offrono risorse utili per la lettura e l’utilizzo pratico di un genovese più formale: ad esempio O Zinâ, gestito da Fabio Canessa, è un settimanale online che pubblica notizie scritte in genovese con l’accompagnamento della traduzione in italiano. Questo tipo di approccio permette di valorizzare il genovese ed elevarne lo status attraverso il suo utilizzo in contesti formali.

Certo, non basta affidarsi solo alla buona volontà dei volontari o a qualche lezione sporadica. Se davvero vogliamo salvare questo patrimonio, serve anche un impegno istituzionale: Regione e Comuni dovrebbero fare la loro parte, magari portando il dialetto nelle scuole. Ma soprattutto bisogna parlarlo. Perché una lingua esiste davvero solo quando viene usata nella vita quotidiana.
E allora il messaggio finale è semplice e diretto: Parlæ zenéize! Senza vergogna, senza paura di sembrare fuori tempo. Le radici non sono un peso: sono una risorsa. E ciascuno di noi, nel suo piccolo, può fare la differenza.

Altri Articoli

“Lab della Voce”: un’esperienza per scoprire e usare la propria voce
Pro Loco e sanità: quando il volontariato fa la differenza

Pubblicato da:

Da non perdere